“Sto male, blablabla”; “sto bene.”

Settimane fa avevo cominciato a pensare che siamo abituati a sentirci dire e a dire quello che non va ma che non diciamo mai quello che va bene. E’ qualcosa di profondamente radicato nello spirito umano: sin da quando siamo bambini, ci dicono quello che non dobbiamo fare, quello che facciamo male, quando siamo stati cattivi. Difficilmente ci dicono che siamo stati bravi in qualcosa. O, nella stragrande maggioranza dei casi, ci si limita al brava. Mentre, per le cose negative, non ci si limita mai al cattiva.

Ho cominciato a pensare che questo modo di fare è così tanto diffuso nella società che non ci viene mai in mente di dire a qualcuno che ha fatto bene qualcosa. E se lo facciamo, la persona in questione, sarà in imbarazzo.

Ultimamente, invece, mi sono resa conto di una realtà che mi spaventa ancora di più: quando stiamo male ci sentiamo in dovere di parlare, di urlare, di raccontare. Quando stiamo male ci perdiamo nei meandri di lui ha fatto-io ho detto-temo che pensi-lui ha risposto-io ho fatto-lui ha detto. Ci sentiamo in dovere di parlarne con chiunque, di ammorbare tutti con le nostre paturnie. E gli altri, dal canto loro, sanno che è giusto, cortese, convezione sociale, ascoltare. Telefonano per sapere come stiamo, ci invitano a pranzo per farci sfogare. Ma cosa succede quando stiamo bene? Due settimane fa, ero a cena con M. e M., le mie migliori amiche, e dopo che l’una ha raccontato i propri turbamenti e l’altra le proprie avventure, una delle due M. mi ha chiesto come va con T. Ho risposto “bene”. Ed è calato il silenzio, seguito da risoline per l’anomalia dell’evento, certo.

Perchè? Perchè facciamo questo gioco? Perchè ci sentiamo liberi di sfogarci quando stiamo male e non siamo capaci di raccontare quando stiamo bene?

Non ha, forse, tutto inizio con quella legge non scritta che ci spinge a lamentarci di aspetti comportamentali degli altri e non ad esaltarne altri?

Eppure, io lo so che M. ed M. sarebbero state solo felici di sapere quello che di positivo c’è nella mia vita, soprattutto alla luce della lunga e sofferta agonia dopo la fine della relazione con G., di cui, naturalmente, non facevo mistero.

E’ strana la mente umana. Sono bizzarri i comportamenti umani.

Hunaja sta bene.

E, forse, non c’è nient’altro da aggiungere.

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Sorelle

Quando sono nata non avevo nessuna sorella ad attendermi. E da piccina ci stavo un po’ male, continuavo a chiedere ai miei di adottare una sorella più grande. Quando avevo tre anni e mi dissero che avrei avuto un fatellino o una sorellina, io speravo di avere una sorella. Ma nada. A dodici anni, stessa storia: un fratellino o una sorellina. E ancora un fratellino. Alla fine, competitiva come sono, sono stata molto felice di avere due fratelli e nessuna sorella, altrimenti sicuramente la gente avrebbe deciso chi era quella più bella e io sarei impazzita. Però vedevo le mie amiche con una sorella maggiore come dotate di un’arma in più. Fondamentalmente trovavo figo lo scambio di vestiti, però una sorella più grande per me era come avere gli occhi blu o i capelli naturalmente lisci: un’arma in più per la vita. Poi, a un certo punto, uno si fa una ragione per tutto. A diciannove anni, mentre mi sono convinta che le mie tette non sarebbero cresciute e che potevo smettere di dire che non usavo il reggiseno perchè ancora non mi serviva, nella mia vita è arrivata una sorella. Avevo già avuto amicizie forti, ma questo già lo sapete. Però quando lei è entrata nella mia vita è stata quasi sin da subito proprio una sorella. Con lei, a cui potevo rubare e ancora rubo vestiti, ho scoperto che quel mondo magico e simbiotico tra sorelle non era basato solo su quello ma che c’era molto di più. C’era l’empatia, c’era la sinergia. C’era bisogno di uno sguardo per capire. I ‘come stai?’ erano superflui. I piatti di pasta che mi aspettavano a casa sua, alle quattro del pomeriggio, “che lo so che non hai ancora mangiato”, erano la prova di famiglia più grande che potesse offrirmi. I cartoni animani guardati nel letto dell’altra, addormentandosi, erano l’infanzia sorellesca che la vita mi stava dando dopo che l’avevo tanto desiderata, anche se ormai ero cresciuta. Le sorelle più grandi sono una benedizione che la vita regala solo a certe persone e, a me, quasi quasi, questa benedizione non voleva darla. E allora io me la sono presa. Io mi sono presa lei. Lei si è presa me. Avevo vent’anni e guardavo lei venticinquenne: ai miei occhi era grande, bella, forte, invincibile. Era quello che sarei voluta diventare. Gli anni sono passati, veloci. Così veloci che sembrano essermi scivolati come sabbia dalle dita. Negli anni si sono sussguiti traslochi, trasferimenti, fidanzati che ci prendevano e ci mollavano, una gravidanza (dove la sorellanza è stata molto evidente quando le avevo detto che non era ingrassata e lei si era arrabbiata perchè “lei prima non aveva tutte quelle cosce”), si sono sesseguite ansie da tesi, da ricerche di lavoro, ansie da sogni che non si realizzavano, felicità condivisa per quelli che, invece, si realizzavano. Non ci siamo mai risparmiate commenti, belli o brutti. Sono cambiati i corpi, le case, il colore dei capelli, le nostre vite; ma non siamo cambiate noi. Il rapporto di sorellanza oggi si palesa quando resto con M., che non è un nipote di sangue -e che mi fa venir l’ansia per quanto impazzirò quando uno dei miei fratelli mi darà un nipote ‘ufficiale’ (credo che comincerò a ricamare per l’occasione)- e per la fiducia spassionata con cui me lo lasciava quando era piccolissimo, malgrado io sia abbastanza famosa per l’essere svampita. La fiducia si dimostra ogni volta che mi chiede di cucinare qualcosa, anche dopo quella volta che ho versato una bottiglia di salsa su una pizza. L’amore si dimostra quando io lo so che lei ha un sacco di paturnie più grandi delle mie, eppure mentre M. guarda i cartoni e usciamo a fumare, lei mi chiede com’è andata con T. dopo che ha visto A.

La vita non mi ha dato capelli lisci di natura, ma me li sono presi. Non mi ha dato gli occhi blu e all’alba dei ventisette anni, dopo svariati anni di problemi col mio corpo, non mi interessa più così tanto. La vita però mi ha regato una sorella. Spesso dico che se avessi avuto una sorella vera, non avrei potuto avere rapporto più bello di quello che ho con lei. E lo penso davvero. Oggi, guardo quelle stesse amiche che da ragazzina un po’ invidiavo per le loro sorelle e mi rendo conto che tra di loro non c’è il rapporto che c’è tra noi. Forse perchè loro sono semplicemente nate nella stessa famiglia e hanno dovuto imparare, crescendo insieme, a sopportare i difetti dell’altra. Noi no. Noi ci siamo scelte. Noi abbiamo imparato ad amare i difetti dell’altra. L’altro giorno lei piangeva. E io ho fatto la cosa che più odio di me quando qualcuno sta male: ho cominciato a piangere con lei. Mi sarei odiata se fosse successo con chiunque altro. Con lei no. Con lei mi è sembrata la cosa più bella che potessi fare.

Dalla prima volta in cui l’ho incontrata, mi ricordo perfettamente dove, come e quando, ho sentito qualcosa nello stomaco. Quando mi parlava, sentivo in lei qualcosa che mi appartiene nel profondo. Come quando a vent’anni la guardavo venticinquenne e speravo di diventare come lei; oggi la guardo nella sua vita da poco più che trentenne e spero di diventare la metà di quello che è lei. Io vengo da una famiglia piena di donne forti, le donne forti sono per me la normalità. Mio padre, ogni volta che scalpito, mi dice che sono come mia nonna: una dittatrice nata. Però io una donna forte e coraggiosa come lei non l’avevo mai conosciuta e sono proprio fiera di essermela scelta, ormai tanti anni fa, come sorella maggiore.

Qualche pomeriggio fa, mi raccontava di questo spettacolo che aveva visto a teatro. L’aveva colpita la scena di questa donna, in piedi, da sola, con un ago in mano. E nessun filo. E’ un po’ così che sei oggi, stella mia. E non ti stai rendendo conto che il filo non lo vedi perchè il filo sei tu. Tu sei il filo di te stessa, della tua vita. In questa stanza, piena di cassettini di tutti i colori, tu non sei un cassettino con un colore: tu sei tutti i colori. E la realtà è che nessuno potrà portarsi via i tuoi colori.

Lo so come ti vedi, ti conosco bene e sono perfettamente consapevole che abbiamo una bella fettona di cose in comune. So che credi di barcollare tra tutte queste cose incerte e poco chiare ma in verità, ai miei occhi di sorellina piccina, hai appena cominciato una danza bellissima. Sei sulle punte e il male è terribile, sono un’ex ballerina, lo so. Fa un male porco dar vita ad una pirouette. Ma chi ti  guarda, non sa di quanto il tulle pizzichi sulla pelle, non sa dei piedi che sanguinano: loro vedono la magia. Io sono il pubblico. Ma sono anche quella che ti comprerà i cerotti per le punte.

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In questa dichiarazione di amore pubblica, voglio dirti che sei la mia roccia, che sei la mia musa. Che dire che ti voglio bene è riduttivo. Voglio dirti che, forse non te l’ho mai detto, ma che ogni volta che ti guardo con M. io penso che voglio essere una mamma come te, da grande. Sei la sorella maggiore migliore di tutto il mondo e io sono qui, a guardati danzare con gli occhioni sognanti, lucidi per l’emozione. Ma nella borsa ho i cerotti. E accanto alla sedia, ci sono i fiori, per quando avrai finito lo spettacolo.

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Ex. Si: ancora loro, sempre loro.

Ieri T. ha visto A., la sua ex. Ex, ex, ex. Si, ancora. Vorremmo che non esistessero, vorremmo avere uomini senza un passato. Ma loro sono sempre lì, dietro l’angolo. Ieri T. avrebbe dovuto vedere A. per dirle della mia esistenza. Il che era quello che volevo solo che, quando stava per succedere, mi sono immaginata un’ondata di amiche infuriate che tra ieri sera, oggi e il prossimo mese, continueranno a guardare le mie foto e dire che sono una troia. Se va bene, potrebbero addirittura avvistarmi per strada mentre sono struccata, spettinata e magari con la maglia del pigiama. Così potranno anche dire che sono sciatta. Quello sarebbe un bel colpo di fortuna, bisogna ammetterlo. Poi, ho cominciato a pensare che esisteva la possibilità che, all’ultimo, T. ci ripensasse e non glielo dicesse. E a quel punto cosa avrei dovuto fare? Arrabbiarmi? Mandarlo a fanculo? In questo turbine di pensieri confusionari e malati, ho cominciato a pensare alle diverse categorie di ex con cui tutte ci siamo dovute scontrare nella vita e dopo che S. le ha condivise con una sua amica ieri, Hunaja non può fare a meno di condividerle con voi.

Bella. Quella bella è l’ex peggiore di tutte. Lei è oggettivamente bella. Su di lei si possono sentire frasi come “non è il mio tipo” ma nessuno oserà mai dire che non sia bella. Lei non sarà mai avvistata struccata e con la maglia del pigiama, figuriamoci spettinata. Appartiene a quella categoria di donne che si fa il contouring, che per quanto mi riguarda è quello di più vicino al satanismo che una fighetta possa permettersi. Ma chi sono io per giudicare una che viene definita da chiunque come bella? Sembrerei una sfigata invidiosa. Quindi, quando l’ex in questione è così bella che le tue amiche non possono nemmeno dirti che è brutta, è finita: devi arrenderti all’evidenza dei fatti e stare zitta.

Simpatica. Quella simpatica è l’ex peggiore di tutte. Lei è quella simpatica. E’ ironica, è divertente, il sarcasmo è il suo migliore alleato e i suoi aneddoti sono sempre divertenti. E’ quella perfetta con cui restare amico, per una birra e quattro risate. A quale psicopatica verrebbe in mente di scegliere gli amici del suo uomo? A tutte. Ma nessuna lo fa, per non sembrare psicopatica. Quindi non c’è niente da fare: bisogna arrendersi al fatto che lei lo farà sempre ridere. E se siamo abbastanza sfortunate, le sue battute ci verranno riportate.

Stronza. Quella stronza è l’ex peggiore di tutte. E’ quella che l’ha tradito. E’ quella che l’ha mollato. E’ quella che gli ha spezzato il cuore. E’ quella che l’ha trattato con sufficienza. Per colpa sua, lui non si fiderà mai completamente di te. Forse, lui non ti parlerà spesso di lei, soprattutto se la relazione è finita da un po’. Ma lui ci penserà. Sempre. E tu? Puoi forse controllare i piensieri? Magari anche i suoi sogni? No. Tu non puoi farci assolutamente niente.

Matta. Quella matta è l’ex peggiore di tutte. Di lei sentirai parlare continuamente. Lei è quella che ha preso un treno e si è presentata davanti la sua porta dopo che avevano litigato. Lei è quella che ha fatto scenate di gelosia pubbliche ed epiche di cui anche gli amici di lui ti racconteranno. Magari ridendo. Ma te le racconteranno. Come se non bastasse, le matte sono sempre bravissime in qualcosa. Magari con i numeri, con la ginnastica artistica oppure sono delle musiciste da paura. E tu sentirai parlare fino alla nausea anche del loro talento, non preoccuparti. E in questo caso, che puoi fare? Niente. Rassegnarti.

Mentre suddividevo le donne in categorie, con tanto di esempi, la mia amica rideva tantissimo e continuava a darmi ragione – anche perchè quando sono su di giri non esiste la possibilità di non darmi ragione (si, va bene: non esiste nemmeno quando non sono su di giri.).

Poi, una volta a casa, ho pensato che io appartengo a tutte e quattro le categorie di ex. E che prima di avere a che fare con i miei di ex, le ex dei miei ex e le ex di T., io stessa sono un’ex. Vorrei mai che le nuove ragazze dei miei ex pensassero a me come appartentente a una sola di queste categorie? Vorrei mai che loro pensassero che il mio unico scopo nella vita è portargli via qualcuno che, probabilmente, mi ha già deluso e ferito abbastanza? Qualcuno con cui, poi, magari, ci sono anche rimasta amica- perchè quello è l’unico modo in cui si possono sopportare certe tipologie di persone? Cioè: ci ho provato. Non è andata. Non voglio strappargli le mutande ogni volta che lo vedo per un caffè, te lo giuro. E ancora: vorrei mai che loro pensassero che io le odio? Io non ho tempo di odiarvi, sia chiaro. Ci sono troppi matti nella mia vita, per riuscire a trovare il tempo di odiare anche voi. Devo già litigare con i miei capelli per convincerli a stare giù in un certo modo.

Eppure, loro lo penseranno. E io cosa posso farci? Niente. Devo stare alle regole del gioco.

Ma allora ho pensato che io sono bella, simpatica, stronza e matta. E che non c’è nessuna ragione per cui qualcuno dovrebbe preferire la sua ex a me.

Non c’è nessun motivo per cui qualcuno dovrebbe preferire la propria ex a voi. Sapete, lui poteva scegliere di stare da solo o di stare ancora con lei. E invece ha scelto voi. Che avete passato un giorno intero ad arrovellarvi su quello che poteva o non poteva dirle, che avete montato su una scenata, che avete avuto paura, che vi siete sentire insicure, che avete giocato a fare le distaccate, quelle superiori, quelle fredde. Voi che avete meno tette e più fianchi. Voi che siete meno belle, con tutti quei brufoletti. Voi che non siete brave con i numeri nè con la ginnastica artistica e che magari siete anche stonate. Voi che quando usate il sarcasmo è solo per tirar fuori una lite da panico. Voi che fate le stronze e le ciniche ogni volta che ci riuscite, così, tanto per il gusto di farlo.

E quindi? Dobbiamo preoccuparci per una qualsiasi categoria di ex, mentre lui ci ripete di stare tranquille, che passerà, che l’affronterete?

No. Non c’è ragione di preoccuparsi per le ex belle, per quelle stronze, per quelle simpatiche e nemmeno per quelle matte.

Forse, c’è ragione di preoccuparci solo per la nostra follia congenita che ci spinge a preoccuparci e ad ossessionarci. Che ci spinge ad ossessionare le nostre amiche con queste storie (ma va tutto bene: sono state inventate per questo, non temete. Faranno lo stesso gioco con voi appena se ne presenterà l’occasione.). Ma esiste forse qualcosa di più divertente al mondo? Insomma: mentre davo di matto la mia amica rideva. Forse, perchè le amiche sono state inventate anche per vedere oltre e rendersi conto di quando ci stiamo ossessionando per niente. Ma sono nostre amiche e, non solo non ce lo fanno notare: loro ridono anche. Magari, si divertono davvero a predersi nella testa di una psicopatica che vuole mettere le persone in delle categorie perchè, come dice F., a noi, l’unica cosa basic che ci piace, è la linea di Zara. E quindi, avere amiche dalla testa confusa ci piace da morire.

Ma è una follia congenita, ce la danno con l’utero. Non possiamo fare niente nemmeno per quello. Come S. ha fatto notare ieri a T., non esiste nel mondo una solo donna che sarebbe stata tranquilla a sapere qualcuno con cui sta in compagnia della sua ex. (E lui è molto buono, molto dolce, molto paziente. E sa quando non si può che darmi ragione.)

Non posso che concludere ringraziando le mie amiche tutte. Grazie perchè tutte le ex dei miei uomini sono brutte “e hanno pure le cosce grasse”. Grazie perchè pure le nuove ragazze dei miei ex sono brutte con le cosce grasse. Siete le amiche più belle di tutto l’universo.

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Ah. Ovviamente T. l’ha detto ad A. Io speravo che non scoprisse la mia identità. Ma io speravo anche di diventare amica della nuova ragazza del mio ex. Quindi, davvero, mentre leggerete queste parole un’ondata di ventenni starà parlando male di me. Sono graditi commenti di amore per compensare.

Ystävänpäivää

Sono bionda, ho un hello kitty tatuato da qualche parte, disegno cuoricini dovunque. Sapete già che ho una passione per “Cime Tempestose” e per “Sex and the city”. Sapete che conduco una vita straparlata. Con mille amici (si, non solo amiche) disperati, al punto tale che non mi sorprenderei nemmeno un po’, se tra domani e domenica, qualcuno di loro provasse la psicomagia o qualche trovata del genere. Poteva forse esserci ragione per cui non mi ritrovassi a scrivere su San Valentino?  Tuttavia, la mia amica F. ha ribadito così tante volte che io sono “così tanto alternativa dentro da non doverlo nemmeno esternarlo coi vestiti”, che non cadrò in nessun cliché. Anche perchè quando ho chiesto a T. di regalarmi un fiore, mi ha detto che mi regalerà un carciofo. E poi non sono quel tipo di bionda. Dieci anni fa, S. si trovava a Tampere, in un posto fatato, pieno di laghi e foreste, circondata dalla follia finlandese. Dieci anni fa, S. già sapeva della fissa dei finlandesi per feste e ricorrenze, (no: mi rifiuto di parlavi di decorazioni natalizie dai primi di ottobre e dei “piccoli natali” che si festeggiano ogni domenica, dalla prima di novembre. Se volete, vi dico solo che, quando quell’anno mi svegliai la mattina del ventisei dicembre, dissi ad altavoce “Sono sopravvissuta al Natale”.) così, quando agli inizi di febbraio, la fanciulla, che all’epeca era una super dark, cominciò ad imbattersi in persone vestite da orsi di peluche rosa e cuori in ogni dove, credette che quello no, che quello era veramente troppo. Poi però, la piccola darkettina scoprì che i finlandesi non erano fighi solo per il senso del pudore che non hanno e che li spinge a fare la sauna tutti insieme, nudi. Erano fighi perchè loro sono nordici, non sono smielati. Evitano, con estrema cura, manifestazioni di affetto e limitano a casi estremi il contatto fisico. Tranne che per un giorno: il quattordici febbraio. Che in Terra di Fin è il giorno dell’amicizia. Quindi, in Finlandia, oggi, nessuno è depresso. Tutti hanno qualcosa e qualcuno con cui festeggiare e nessuno si darà alla psicomagia.

E Hunaja, che tra l’altro vuol dire miele in finlandese, vuole celebrare l’amicizia, come fa da un decennio in questo giorno.

Penso a questi angeli meravigliosi che entrano nella nostra vita e ci restano accanto, questi angeli meravigliosi pronti a mettersi addosso l’armatura per noi ogni volta che ce n’è bisogno. Sono molto fortunata, devo dirvi. Nella mia vita ce ne sono molte di persone che hanno indossato l’armatura per me, quando io non ne avevo voglia. La mia vita è costellata di questi angeli che plurime volte hanno deciso di combattere con me, per me, al posto mio. Questi angeli sono dovuti scendere nell’inferno per salvarmi la vita.

La prima amica della mia vita si chiama G. e mi ha regalato la vita quando aveva solo ventidue anni. Siamo diventate grandi insieme, io e la mia mamma, che per colpa mia è stata costretta a diventare una donna forte, dalla pazienza infinita e pronta a tutto. Non so se riuscirò mai a reggere il paragone con lei ma so con estrema certezza che lei è la prima cosa bella che la vita mi ha dato. Fondamentale, nella fase più tragica della mia vita, è stata un’altra donna della mia famiglia, si chiama M. e più che una cugina per me è una sorella. Insieme abbiamo condiviso la vita e la morte, la felicità pura, il dolore puro. Poi c’è M., che è entrata nella mia vita quando avevamo undici anni ed è la migliore amica che si possa desiderare. Dico spesso che è la mia migliore amica perché ogni volta che propongo di fare qualcosa di estremamente stupido, lei mi incoraggia a farlo in quello stesso istante. “M., chiamiamo Trenitalia per chiedere se possiamo trasportare una zebra?” “Chiama, muoviti”. Con lei una volta ho riso così tanto che mi sono letteralmente fatta la pipì addosso. Insieme abbiamo fatto tutto. I dolori dell’una sono diventati i dolori dell’altra. E siamo anche così fighe da aver avuto un ragazzo in comune (che no, gli uomini sono soliti fare queste cose, le ragazze litigano sempre per queste robe. Un giorno dovremmo farvi un video della faccia di siffatto tipo quando ci incontra insieme.). Complice di innumerevoli delle nostre avventure, è un’altra M.. M., M. e io abbiamo condiviso gli anni più difficili di tutti; abbiamo condiviso nascite, matrimoni, divorzi, funerali, innamoramenti, susseguirsi di vicende di tre famiglie diverse. Loro sono le custodi dei miei segreti più infimi, quelli che nemmeno in punto di morte confiderei ad altra anima, quelli che non ho mai nemmeno scritto sul diario per paura che qualcuno possa sapere. Ma loro si. Loro sono quelle con cui sono diventata grande, quelle che non mi hanno mai giudicata e non mi giudicheranno mai. Sono quelle che mia madre chiama quando sto male, sono quelle che ci sono state nei momenti più divertenti di sempre. Sono quelle che ci sono state nei momenti più brutti di sempre. Sono quelle dei pomeriggi di noia, loro sono quelle che ci sono sempre state, che non mi hanno mai lasciato la mano e che mai me la lasceranno. Sono quelle del “le vostre storie sono meglio di un film”.

Crescendo, sbagliando, perdendomi, molte altre persone sono state disposte a mettersi l’armatura per me. Non posso parlarvi di ognuna di loro ma lo so io, e lo sanno loro, che senza di loro che hanno creduto in me quando nemmeno io ho creduto in me stessa, oggi non sarei quella che sono. Ognuno di loro è una delle mie buone stelle.

In finlandese ci sono tre modi per dire amico: kaveri è un amico, ystävä si usa anche per i fidanzati, è più di un kaveri. Toveri è ancora più di ystävä. Toveri è un compagno di vita.

Io ho sempre avuto molti pochi kaveri. Però ho avuto molti ystävä e ancora più toveri.

Hunaja e il suo senso di missione verso la salvezza del mondo, vuole che ognuno di voi parli di come festeggiano i finlandesi il quattordici febbraio a quell’amico un po’ disperato per questo fine settimana, vuole che lo sproniate a tirar fuori la parte finnica che vive nel cuore di ognuno di noi. E vi augura un buon Ystävänpäivää.

Hyvää Ystävänpäivää a tutti, soprattutto ai pilastri di questa mia vita.

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Arrendersi, a volte, è meraviglioso

E’ che provo piacere nel farlo sorridere, nel farlo ridere. E’ che mi fa venire voglia di preparare un pancake con uova e banana, profanando la mia vergine cucina, per portargli la colazione a letto (ma lo stronzo ha deciso di spezzarsi, quindi alla fine erano solo uova strapazzate con la banana- e non essendo questo un blog di cucina, vi suggerirei di non provare a riprodurre l’orrore nelle vostre case). E’ che tutte quelle canzoni che avevo sempre reputato come rumore, non mi infastidiscono nemmeno più così tanto. E’ che ho provato uno strano entusiasmo nell’uscire di casa mentre dormiva. E’ che continuo a pensare a quando lunedì pomeriggio è uscito da qui, dopo avermi detto che sono la persona giusta per questo momento della sua vita, che si arrendeva. Dopo che se n’è andato sono rimasta stesa a letto, nuda, a scrutare i segni che lascia sulla mia pelle, ad accarezzarli. E nella mia testa suonava forte quel “Mi arrendo”. E stavolta non c’entra niente quella mia incapacità di perdere, per cui nessuno vuole giocare con me a niente, perchè, tanto, si sa già che bisoga giocare fino a quando non vinco. Non c’entra niente quella sensazione di pace e armonia che provo nel dire “io l’avevo detto”. Certo, quella sensazione l’ho provata quando gli ho detto che io credo sempre a tutto e a tutti, tranne a lui, quando mi aveva detto che voleva stare da solo. Ma questo è un altro discorso: dovrò pur avere le mie piccole rivincite. E’ che proprio pensavo a quanto difficile sia fidarsi di sé stessi, delle proprie sensazioni, a quanto sia più facile lasciarsi andare in balia di quello che gli altri dicono e fanno. Pensavo a M., che ad un certo punto mi ha telefonato per dirmi “S., ne abbiamo viste tante, eh. Ma stavolta sembra che tu stia diventando schizofrenica: questo ti dice una cosa e tu ne capisci un’altra”. “Lo stomaco, M., lo stomaco! Io sento la vita!”. “Tu sei completamente, definitivamente ed irrimediabilmente impazzita.”. Che devo dirvi? Il dubbio era venuto anche a me; una parte di me temeva che me la stessi raccontando per non affrontare la realtà, sono anche stata contretta da un’amica a guardare “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Ma il mio stomaco ha vinto sulla testa, ha vinto sul cuore: io ero l’eccezione. Per farlo arrendere, mi sono dovuta arrendere a me stessa, a tutti i miei schemi mentali, mi sono dovuta scontrare con una S. disposta a prendersi un palo in faccia e un pochino mi ha fatto paura guardare questa ragazzina che era pronta a perdere ma che voleva a tutti i costi continuare a giocare. Due settimane dopo è arrivato il verdetto: mi arrendo. E io sono rimasta stesa un tempo infinito a pensarci. Poi, quando mi sono alzata, accanto al letto c’era il vassaio con la colazione, in cucina una valanga di piatti della sera prima. Ho pensato alla mia amica C. e alla sua convinzione secondo cui le case con le cucine sporche, piene di piatti di lavare, appartengano alle persone felici. Non pensavo che avrei mai scritto una cosa del genere, ma siamo arrivati a tanto: mentre guardavo tutti quei piatti da lavare, mi sono infilata un maglione, ho guardato un livido sulla mia spalla e ho pensato che la felicità era quell’attimo. Ho pensato che non ero felice per un uomo (e nemmeno per i piatti, eh!) ma che ero così tanto felice perchè avevo avuto il coraggio di restare fedele alle mie sensazioni; ero così tanto felice perchè non avevo avuto paura di perdere; ero così felice perchè lui si è arreso, si, ma prima mi ero dovuta arrendere io. E questo fa sì che nessuno abbia perso. E che nessuno abbia vinto.

Quindi si: va tutto bene con T. Ho dinuovo quindici anni e un unico grande problema: T. non manda messaggi, ragazzi. Risponde, si, ma a monosillabi. Ora, vi eviterò un solloquio, certa che chiunque si imbatterà in queste parole possa capire quale gravissima tragedia sia avere una relazione con qualcuno che non scrive, per una che ha un diario segreto da diaciannove anni, cinque mesi e dieci giorni. Le case delle persone di cui sono amica si riconoscono perchè c’è almeno un post-it che ho lasciato da qualche parte. Ci rendiamo conto? Qualcuno può fare qualcosa? Sia T. che M., che innumerevoli amiche, mi hanno ricordato che sono io quella che scrive e che non posso pretendere che nel mondo tutti debbano avere quella mia stessa premura nello scrivere. M., che presto diventerà santo, mi ha anche detto che non tutti hanno costantemente bisogno di scrivere quello che fanno, dove sono, cosa pensano, che non tutti hanno passato metà della vita con un diario in borsa. E si, lo so. Lo capisco. Ma per pararmi il culo l’ho scritto venti righe fa che ho dinuovo quindici anni.

Voglio dedicare questo post a V., voglio dedicarle questo post perchè spero che presto trovi anche lei il coraggio di arrendersi. Come me, come T.. Di arrendersi alle cose della vita. Non come me con i messaggi: questa è una battaglia alla quale non mi arrenderò mai. Prima o poi, ve lo giuro, vi scriveò che mi ha scritto una lettera. Perchè, diciamolo: ci sono cose a cui ci si deve arrendere, e cose con le quali bisogna lottare. Quando scrivi da vent’anni, puoi arrenderti all’idea di un T. che ti fa venire voglia di tagliarti le dita ogni volta che ti scrive un messaggio con una parola ma che poi si fa perdonare passandoti a dare un bacio prima che torni a casa, ma se scrivi da quasi vent’anni, non puoi arrenderti all’idea di non trasmettergli l’amore per l’accostare le parole. E’ la mia nuova missione di vita, ragazzi.

Io sono Gioia Nera e so ridere di me

Nella mia camera da adolescente, che è stata distrutta solo quando, a venticinque anni, i miei hanno cambiato casa, appeso sul letto, c’era il testo di Gioia Nera dei Prozac+.

Io sono Gioia Nera […] sono nera ma so ridere di me. Era l’unica frase, di tutta la canzone in cui non mi ero mai riconosciuta.

L’autocontrollo, quel demone che ti sussurra che sei più forte di tutti perchè, mentre la gente ha bisogno di cibo, tu puoi bere solo un bicchiere d’acqua bollito per pasto, ti impedisce di ridere di te.

S. ha riconosciuto in quella vocina che le diceva di non chiamarlo, la stessa vocina che le diceva di non mangiare.

S., quando ha pensato di chiamarlo per chiedergli “ti manco?”, si è detta che era una cosa molto stupida. Poi, però, si è anche detta che se Carrie aveva il giorno in cui è stata lasciata con un post-it, lei poteva avere il giorno in cui ha preso il telefono per chiedere “ti manco?”. Si è subito detta che, nel peggiore dei casi, sarebbe stato uno di quegli aneddoti divertenti da raccontare a tutti. Era diventata, finalmente, una Gioia Nera che sa ridere di sé.

S. aveva sempre creduto nel bianco o nel nero. Nel bene o nel male. Nel bello o nel brutto. Per tutta la vita, S. aveva accuratamente evitato le vie di mezzo. S. aveva sempre creduto che c’erano cose per cui valesse la pena investire tempo e cose che facessero solo perdere tempo. S. aveva sempre creduto nel bianco o nel nero. T. le sta insegnando che esistono molti altri colori. Ad alcuni di questi colori, S. non aveva proprio mai pensato: non le era sfiorata l’idea che non si adattassero al suo incarnato; semplimente la consapevolezza dell’esistenza di quei colori non era mai arrivata nella sua vita.

Qualche giorno fa S. scherzava: T. si è portato via le mie lacrime. Cosa si porterà via il prossimo? La dignità? Ah, no: l’ho persa quando gli ho chiesto se gli manco.

S., senza lacrime e senza dignità, è libera come non mai. Libera nell’inquitudine, liberà nella confusione, libera di scoprire mille colori che non aveva mai indossato. E questo la eccita, questo la fa sentire viva, in balia della vita, dell’ignoto. L’ignoto che sempre aveva evitato, a lei piaceva valutare i pro e i contro. S. è una specialista delle liste. Nelle sue liste cose, persone, situazioni, occasioni sociali vengono incasellate. T. sfugge ad ogni casella.

T. è solo T.. Con S.. Come T. può stare con S., come S. può stare con T.

T. sta insegnando ad S.

S., forse, insegnerà qualcosa a T.

Tutti gli uomini avevano reso S. vulnerabile e fragile, indecisa e spaventata. T. sta rendendo S. forte, sicura di sé, libera dai pregiudizi, libera dall’ignoto, libera dal futuro.

Finlamente posso dirlo: Io sono Gioia Nera e so ridere di me.

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Una tempesta per sognare

Ogni tempesta è diversa dall’altra. Ci sono tempeste che sono magiche. Tempeste dentro le quali non ti senti in una tempesta. Tempeste dentro le quali ti senti sicura e protetta. E’ come essere nuda nella neve, mentre il vento del nord soffia forte. Le gote sono arrossate, gli occhi lucidi per il freddo. Sei senza niente addosso, sei completamente nuda. Attorno a te, il nulla più completo. Una foresta, poco lontanta, si può scrutare. Potrebbe sembrare fuori luogo essere nuda. Potresti sembrare una che tenta il suicidio per assideramento. Potresti sembrare una folle visionaria che si illude di essere ai tropici. Eppure, c’è un motivo se sei nuda, nella neve, col vento del nord che soffia forte, i capelli bagnati e spettinati, le gote rosse, gli occhi lucidi. Sei in Finlandia, sei appena uscita dalla sauna e sai che stai per tornarci. Sai che passerai, in pochi minuti, dai meno trenta gradi ai più trenta della sauna. Sei consapevole che appena entrerai dentro, malgrado il caldo, tremerai. Ma solo per qualche istante. Poi, quell’odore forte di birra lanciata sulle pietre per scaldarti, ti pervaderà l’anima e avrai così tanto caldo che ti dimenticherai del freddo che c’è fuori, ti dimenticherai del vento del nord che sbatte contro le finestre.

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E’ un’esperienza che se non hai provato sulla pelle, se sulla pelle non hai mai sentito i brividi di freddo in una sauna, non puoi immaginare.

Questa è la tempesta nella quale sono.

Durerà qualche minuto, poi sarò di nuovo al caldo.

Esiste la possibilità di essere nudi, nella neve, al freddo, senza sentirsi vulnerabili.

Alcune tempeste, forse, arrivano solo per ricordarti che ti eri dimenticata come si faceva a sognare. Alcune tempeste, forse, arrivano solo per ricordarti che ti eri dimenticata come si faceva a desiderare.

A volte, il freddo, serve a svegliarti dal tepore della sauna. A volte, il freddo, serve ad accellerare i battiti cardiaci. Per ricordarti come si faceva a sognare, per ricordarti come si faceva a desiderare.

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A volte, una tempesta può servire per ricordarti che i desideri sono capaci di scuotere tutto l’universo.

 

L’inquitudine è

Sono giorni strani. Sono a metà tra l’euforia e qualcosa che supera di gran lunga quello che gli umani intendono col termine felicità, per un ambito della mia vita, e a metà tra l’inquietudine e la smania per qualcosa che riguarda un’altra sfera della mia vita. Così, sono giorni, che ai “come stai?” rispondo con “inquieta”.

Stamattina, M. mi ha mandato una frase di Emily Brontë: “Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza”. M. sa perchè amo così tanto le parole di quella sconosciuta morta più di un secolo prima che io affacciassi i miei occhi sulla finestra del mondo ma con cui sento una così grande affinità che mi sembra di conoscerla questa donna, mi semba di conoscerla da sempre. Forse solo perchè conosco esattamente quello di cui parla.

Mi sono sempre definita inquieta, mi percepisco sempre come smaniosa. Mi ricordo di una volta che, al liceo, la mia professerossa di francese, mi definì un’anima in pena e io pensai che nessuna descrizione di me sarebbe più stata così tanto mia.

E’ che io ho sempre avuto paura di perdermi le cose della vita. Io ho sempre avuto paura di non riuscire a vivere al ducento per cento. Io ho sempre avuto paura di quella sensazione che ti impedisce di fare le cose. Ho sempre cercato di combattere quella vocina nella mia testa che mi dice di non fare o di fare determinate cose. Ho sempre cercato e voluto vivere di emozioni. Ho sempre cercato di non dare retta né alla testa né al cuore, ma allo stomaco. Mi piacciono le sensazioni dello stomaco. Mi piace quel nodo allo stomaco che, prima ancora che si crei quella sensazione più in alto, nella gola, prima ancora che possa sentire le lacrime nel naso, prima ancora di sentire gli occhi lucidi, mi dice: “Ehi, bambina, sei tu, sei viva, stai per piangere”. Ho sempre amato il fatto che i miei pianti più atroci siano interrotti dal vomito, da quella vocina che mi dice: “E’ tutto partito da qui, finisce tutto da qui”. Forse per tutti i disturbi alimentari che hanno dominato la mia vita; forse per quello stomaco che rifiuta il cibo, anche oggi che, adulta e consapevole di quello che implica saltare tre pasti di fila, cerco di propinarglielo; forse per quella sensazione di nausea con cui mi sveglio quando sono particolarmente turbata o agitata; forse per tutte le volte che vomito per un incubo, perchè sono arrabbiata, perchè sono agitata; io penso che lo stomaco sia la parte più vera di me. Il cuore no. Io un po’ lo detesto il mio cuore. A volte batte troppo, a volte troppo poco e altre si dimentica completamente di battere. Ci sono giorni in cui è solo ghiaccio e giorni in cui è il fuoco più ardente. Della mia testa non mi piace molto parlare, ho visto, in tanti anni di adolescenza problematica, uomini e donne, adulti, con un attestato che diceva che potevano salvarmi la vita, guardarmi nella disperazione più totale. Penso troppo, mi disse una delle ultime psicologhe che ha cercato di trovare un filo conduttore ai meandri dei miei pensieri, in cui sono solita perdermi. E doveva dirmelo lei? Lo so che penso troppo, l’ho sempre saputo. Penso a quello che penso, a quello dovrei pensare, a quello che vorrei fare, a quello che dovrei fare, a quello che quella persona mi ha detto, a quello che potrebbe voler dire ma che potrebbe voler dire anche quest’altra cosa e anche quell’altra. E, si: potrebbe avere anche quell’altro significato. Poi, penso di avere il dono di prevedere non solo quello che farò ma anche quello che faranno gli altri, quello che pensano gli altri, quello che provano gli altri. E subito dopo mi dico che sono arrogante. E poi mi dico che non so nemmeno quello che penso io. E poi mi sveglio nel cuore della notte e  mi ritrovo a rimettere insieme parole sconfusionate e prive di senso per cercare di capire quello che tizio voleva dire scrivendomi quella cosa, analizzando tutti i dettagli, ogni singola parola che ha scelto, notando la presenza o l’assenza della punteggiatura e chiedendomi se si era preso tempo per rispondermi, se mi aveva risposto di getto e blablabla. Mi dico che le persone normali non fanno queste cose. Che le persone normali fanno quello che vogliono senza chiedersi se è la cosa giusta, senza turbarsi per le conseguenze. Penso al mio amico P. che in questi giorni ha paura di uscire di casa per paura di prendersi la meningite e mi dico che è stupido. Che se e quando contrarrà la meningite ci penseremo. Mi dico che è un ipocondriaco. E dare un nome al suo modo di comportarsi, mi conforta. E’ come se senza quella definizione io non potessi capirlo. E allora è importante che io cerchi di definire anche il mio virus del pensiero. Oppure che smetta di ascoltare la testa e cominci ad ascoltare il mio stomaco: ho fame? Mi viene da vomitare? Mi dice che sto per piangere? C’era stato un periodo in cui mi svegliavo perennemente col mal di testa. Perchè pensavo anche mentre dormivo, mi suggerì la naturopata. Forse fu per quella frase che comincai a dire a me stessa che non dovevo pensare ma vivere. E allora ci focalizzammo su tutti i problemi del mio stomaco. Sono fisici, clinici, causati dai digiuni. Ma lo stomaco pare essere anche quella parte di noi strettamente collegata alle emozioni.

E io mi sono sempre definita un’emotiva. C’era stato un periodo della mia vita in cui ho desiderato così ardentemente diventare una persona fredda e distaccata, da esserci riuscita. Quel periodo, tuttavia, non mi aveva soddisfatta granché, mi sentivo vuota. Non ero più S. E capii profondamente di trarre nutrimento dalla mia emotività, mi dissi che forse ero sopravvissuta all’assenza di cibo perchè io non avevo mai smesso di nutrirmi di emozioni. Belle e brutte. Capii che io ero capace di vivere il dolore in maniera clinica, in una maniera che quelle persone che non hanno mai avuto una cartella clinica ove fosse scritto che avessero un qualche disturbo della personalità, non possono capire. Però doveva esserci il risvolto positivo: ero anche capace di vivere le emozioni positive con molta più enfasi di quegli stessi individui. E allora ne valeva la pena. Io ho sempre tratto nutrimento dalle mie notti insonni, dai miei pianti che fanno strappare i capelli, da quei pianti che un tempo potevano essere sedati solo con un taglio.

S. non piange. S. questo mese ha pianto solo una volta. Questo mese è stato molto intenso per S. e lei non riesce a piangere. Sempre perchè ha bisogno di spiegarsi tutto, S. si è addirittura detta che forse è posseduta. Da un demonio strano che si è portato via tutte le sue lacrime. S. è disperata perchè vorrebbe terribilmente piangere. In uno dei miei voritici di pensieri senza sosta (che è stato contraddetto da molti altri pensieri, nrd.) mi sono convinta che è perchè con quest’uomo io mi sento forte. Dovrei dire che mi sentivo forte ma mi piace scrivere per flussi di coscienza. O, razionalmente, nel mio cuore, non è finita. Sono così tanto ossessionata dalla libertà che sullo specchio di fronte alla porta d’ingresso di questa casa, con un rossetto, c’è scritto che sono libera se libero me. Sono molto felice di essergli riuscita a dire che mi manca, di essere riuscita a chiedergli di vedermi (che erano tutte quelle cose che assolutamente non avrei dovuto fare, era il ruolo perfetto di Regina di Ghiaccio e anche di Regina Veleno- che è diventata la colonna sonora di questa settimana.) . Sono così tanto ossessionata dalla libertà, da vivere nel terrore di perdermi cose della vita. Sono così tanto ossessionata dalla libertà da essere ossessionata anche dalla libertà degli altri. Ma qual è la libertà di questo ragazzo? E’ libero di voler stare da solo. Ma è libero quando lo dice, quando lo pensa, quando me lo dice, quando se lo dice? E’ libero dai virus del pensiero? Sono libera quando sento di voler rispettare quello che dice, nel rispetto più totale della sua libertà? Sono libera quando sento di desiderare che lui sia veramente libero? Libero di dirmi se gli manco, libero di dirmi che forse non è così sicuro che vuole stare da solo, libero di dirmi che vuole stare da solo ma che malaguratamente la maledizione della mia persona si è manifestata nella sua vita? Libero di dirmi che veramente, nel profondo del suo cuore, sente che vuole stare da solo? E stare da solo, implica davvero stare senza di me? E’ libero di intravedere la possibilità che non sia sua nemica ma sua complice? Sono libera quando cercando di rispettare quello che mi ha detto, non ascolto quella sensazione del mio stomaco che mi dice che un conto sono le cose che si dicono e un altro quelle che si provano? Sono stata libera quando, quando l’ho rivisto, ho ignorato quella sensazione che voleva spingermi ad abbracciarlo? Sono stata libera quando ho avuto voglia di telefonargli e chiedergli come stava ma non l’ho fatto per non minare la sua libertà?

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Sono un’emotiva con una testa che lavora troppo, un cuore che batte troppo forte, uno stomaco che manda segnali che la testa mi dice di ignorare e, soprattutto, con degli occhi da cui non escono lacrime.

Forte. Io mi sento forte, con lui. Il mio stomaco mi dice che io con lui posso tutto. E il mio stomaco è la parte più libera di me. Il mio stomaco è quello che mi rende inquieta. L’inquietudine mi dice che sto vivendo questa cosa al duecento per cento, anche senza lacrime. Ho pensato di avere un blocco emotivo che mi impedisse di piangere. Ma credo, dopo tre giorni, di essere giunta alla consapevolezza che non ho nessun blocco emotivo: sono così libera di sentirmi forte con lui, anche se mi ha detto che lui vuole stare da solo, che, semplicemente, non provo l’esigenza di piangere.

Mi sento così forte con lui, che in questo limbo, in questi giorni dove le voci si sovrappongono nella mia testa, dove straparlo, dove non riesco a stare ferma nemmeno un attimo, dove faccio sogni super caotici, dove non voglio cercare soluzioni, sono a mio agio, quasi senza smania. Mi sento così forte da non sentirmi smarrita senza i miei pianti. Mi sento così forte da non aver paura della libertà. Mi sento così forte da essere libera di abbracciare l’inquietudine. Da amare quest’inquitune che profuma di libertà. Mia. Sua. Nostra. E nostra può prevedere che lui davvero voglia stare solo. E mi sento così forte con lui, da pensare che se davvero il suo essere libero deve esprimersi nella volontà di stare da solo, lo sosterrò. Mi sento così libera in quest’inquietudine che l’universo ha voluto che mentre stessi scrivendo queste ultime righe sulle libertà, il mio telefono squillasse e, dall’altra parte, una voce amica volesse parlare con me della libertà. Sono così libera in quest’inquietudine che voglio solo che lui sia libero. Da sé stesso, prima che da me. E sono così libera in quest’inquietudine da pensare che quando ci si libera dai devo e dai voglio, resta solo quella sensazione allo stomaco. E che le sensazione dello stomaco non sbagliano mai.

Emily, mia cara, sarà anche difficile sopravvivere alla tempesta. Ma io lo so che anche il tuo stomaco ti diceva che non c’è niente di più bello nella vita. Chissà se anche nella tua vita, Emily, c’era stata quella tempesta in cui ti eri sentita così tanto salda, così tanto coerente con quello che provavi, da non sentirti nella tempesta, mentre lasciavi che la tempesta ti scompigliasse i capelli. Chissà se anche tu, in quella tempesta, hai pensato che mai avevi visto te stessa, così bella, in una tempesta.

 

 

Mr Big esiste. Ma io non sono Carrie.

Quando avevo vent’anni e io e G. ci mollammo per la prima volta, una mia amica voleva tenere, per me, un seminario: Mr Big non esiste. Mi rifiutai categoricamente di dare adito a questa follia perchè io ero certa che Mr Big esistesse, che era lì fuori da qualche parte e che io dovevo solo trovarlo. Quando io e G. siamo tornati insieme, gli dicevo sempre che lui era il mio Mr Big. Lui voleva che fossimo Pam e Jim, come ci definivamo al liceo per i miei lunghi capelli rossi col frangettone, i tagli sulle mie braccia, il mio evidente sottopeso e i suoi capelli ricci. Si: ci è stato un tempo in cui eravamo Pam e Jim. Ma poi eravamo cresciuti, io ero diventata sana e bionda e lui era diventato Mr Big. Oggi, io e G. siamo più simili a Catherine e Heathcliff di “Cime Tempestose” che a qualsiasi altra coppia mai esistita nel mondo. T. era Milord. Una sera glielo avevo detto, che da bambina io credevo di essere Sailor Moon e lui, col suo taglio di occhi da nipponico, era quello che più di vicino a Milord avrei mai potuto avere. Ma Milord combatteva i demoni con Sailor Moon. Marzio, invece, si negava a Bunny. Evidentemente, noi siamo più vicini a Marzio e a Bunny che a Milord e Sailor Moon e io non voglio aspettare di svegliarmi e accorgermi che sono la principessa Serenity, con Milord, in un mondo che non c’è. Io sono una principessa vichinga, che è sopravvissuta a sé stessa e che non ha paura di niente e di non mondo che c’è non so che farmene. E questo Marzio, in fondo, è molto vicino a Mr Big.

Sono trascorsi sette anni da quando io e G. ci mollammo la prima volta, era la primavera dei miei vent’anni e la mia amica voleva tenermi quel seminario. E io ieri ho capito che avevo ragione io: Mr Big esiste. Mr Big è G.; Mr Big è T. Di Mr Big ne è pieno il mondo. Il mondo è pieno di uomini che quando le relazioni dovrebbero entrare a far parte della vita reale, chiudono la porta. Il mondo, quello che c’è, è pieno di uomini che quando c’è una difficoltà, anzichè prenderti per mano e saltare, chiudono la porta e sposano una modella.

La rivelazione è arrivata ieri, quando dopo che T. se n’è andato da qui, io sono andata da S. Arrivata da lei, dopo essermi spogliata perchè-i-miei-vestiti-avevano-il-suo-odore ed essermi messa addosso vestiti con l’odore della mia amica, speravo di riuscire nell’epica impresa: piangere. Un’emotiva che non riesce a piangere è quanto di più terribile possa capitare nella vita di qualcuno; per un’emotiva, non riuscire a piangere è come per una bulimica non riuscire a vomitare. Ero disperata. Non sapevo più nemmeno perchè, sapevo solo che dovevo e volevo ardentemente piangere. Per liberarmi, anche se non sapevo più bene da cosa: in fondo, quando ero arrivata da S. stavo molto meglio rispetto a quando mi ero svegliata e al giorno prima: l’inquietudine, quella smania del forse, aveva lasciato spazio a T. e alla sua fame di libertà. Ma non riuscivo bene a capire cosa stesse succedendo dentro di me. Cos’ero? Sollevata? E allora cos’era quella sensazione allo stomaco? Angoscia, diceva S., mentre cercava di convincermi a mangiare almeno un biscotto. Ma angoscia di cosa? Cioè, razionalizziamo: ho superato la rottura con una persona con cui ho passato quasi metà dalla mia vita, quanto male si potrà mai stare per uno che nella tua vita c’è stato due mesi? Due giorni? Due settimane? Mi sveglierò nel cuore della notte per il panico? No, ragazzi, no. Mi mancherà stasera, mi mancherà un po’ domani, magari un po’ nel week end. Non potevo essere angosciata per questo, anche perchè T. è una persona carina e potremmo tranquillamente restare amici, quando la mia voglia di saltargli addosso sarà morta anche senza la mia maschera da regina di ghiaccio, come dice lui.

S. faceva le sue cose, io mi sono mimetizzata tra le coperte del suo letto. E ho iniziato a pensare ai legami, al nostro legame. Ho pensato che io e lei ci conosciamo, ormai, da un numero considerevole di anni e che insieme abbiamo affrontato svariate disavventure. Pensavo che, da quasi un decennio, l’una c’è per le disavventure dell’altra. Pensavo che io e S., sarà per l’iniziale del nostro nome, apparteniamo a quella categorie di donne con i coglioni. Siamo due persone che hanno lottato a lungo con sè stesse, che hanno dovuto lottare con la vita e nella vita. Quando io parlo di lei, mi si illuminano gli occhi, lei è la mia roccia, è la mia musa. Quando, qualche anno fa, la gente ci vedeva insieme e pensava che fossimo sorelle, lei diceva che, magari, fosse stata come me. Insomma: ci stimiamo molto. L’una ha visto l’altra affrontare le proprie difficoltà. Sorridevo, nascosta tra le coperte, mentre lo pensavo. E poi è successa l’unica cosa che non ci saremmo aspettate sarebbe successa. Cioè, è chiaro: eravamo sicure che ad un certo punto sarei scoppiata in uno dei miei pianti epici, che avrei detto qualcosa a proposito del mio odio per il mondo, per gli uomini, che non mi sarei più fatta toccare da nessuno e blablabla. E lei non avrebbe dovuto fare altro che ascoltarmi e sorridere mentre davo di matto. Invece, colpo di scena: ci siamo scontrate con una me che non stava male ma con una me che era arrabbiata. Arrabbiata per me, arrabbiata per lei. Per questa donna forte e determinata che non traballa davanti a niente, tranne che per gli uomini. Come me, che non mi faccio problemi a correre se un’amica mi chiama perchè si è appena fatta una pera, che cammino sicura in mezzo ai tossici, la raccatto e la porto a casa e poi? E poi voglio convincere un uomo a stare con me. Arrabbiata perchè ci piacciono così tanto gli altri perchè non riusciamo a vedere quello che siamo noi, perchè, ne sono certa, se S. si guardasse con i miei occhi, non andrebbe dietro a certa gente. E, perchè, ne sono ancora più certa, se io mi guardassi con i suoi di occhi, non avrei nemmeno duvuto cercare di piangere ieri.  Ero arrabbiata per tutti questi uomini Mr Big che arrivano nelle nostre vite. E ho capito che il problema è proprio che di Mr Big ne è pieno il mondo. Ma che io non sono Carrie. Non vivo a New York e se ho sono arrabbiata con un uomo, le mie amiche non mi portano a bere un Cosmopolitan nel posto più in della città, nel nostro Chanel, mentre teniamo strette le nostre Prada. Io ho S. che mi fa immergere nel colore verde, il colore dell’amore per sé stessi, e che mi regala una bottiglia di vetro, a cui va tolto il codice a barra (perchè è quello che rende l’acqua impura) e ci scrive sopra “Love”, per attirare Love nella mia vita.

Io non sono Carrie, non sono Sailor Moon e non sono Bunny. E, a distanza di sette anni, oggi so con assoluta certezza che nella mia vita entreranno decine di Mr Big. Ma che non commetterò mai più l’errore di aspettarne uno. Ho capito che l’amore non è in un regno che non c’è, ma che è qui. E come insegna la mia cara amica Carrie, fonte d’ispirazione continua, forse, quello che noi, donne della generazione Sex and the City, devremmo capire davvero, è che l’anima gemella è quell’amica che ti lava i vestiti col profumo di un uomo che ti ha detto che vuole stare da solo (Traduzione: non voglio stare con te; nrd.).

E allora, le nostre vite tutte, sono piene di anime gemelle. Con cui possiamo affrontare tutti i Mr Big della situazione.

 

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E io non divento mai Regina di Ghiaccio, tutto al più, come canta la Mia Eva, divento Regina Veleno.

Le parole sono così importanti?

Sono una linguista. Scrivo da vent’anni. Sono una logorroica. Sono prolissa. Ce le ho tutte. Io sono fottutamente attacata alle parole. Credo che la linguistica sia la scienza più bella di tutte e quella, in assoluto, più vicino all’uomo, in ogni contesto culturale, in ogni contesto sociale. L’etimologia delle parole, per quanto mi riguarda, è la cosa più affascinante esistente al mondo. A volte, mi sono addirittura chiesta se la mia attitudine e la mia abitudine alla scrittura non siano state in qualche modo dettate e condizionate dal mio amore folle ed incondizionato per le parole.

Ma quand’è che le parole diventano troppe? Quando ci arrovelliamo con il loro significato? Quando cerchiarmo di interpretare i silenzi? Quando le nostre parole riescono a trasmettere così tanta inquietudine da mettere disagio addosso ad altre persone?

E questo bisogno sfrenato di spiegare sempre e continuamente tutto? Sono da sempre una ferma sostenitrice del fatto che le parole passano spiegare e risolvere ogni situazione, ogni emozione, ogni timore, ogni ansia. Quando mi chiedono cosa voglio fare da grande, anche ora che grande già lo sono, io dico che voglio scrivere. Che vuol dire che io voglio entrare in casa della gente, gente che non mi conosce, che non sa se sono bella o brutta, magra o grassa, che non sa che gioco istericamente con una ciocca di capelli mentre sono nervosa, che non sa che fumo una sigaretta dopo l’altra mentre scrivo. Voglio entrare in casa loro con le mie parole. E voglio che attraverso le parole che uso possano capire emozioni, stati d’animo, situazioni. Io voglio trasformare la vita in parole. Ho sempre voluto fare questo.

Sono sempre stata una ferma sostenitrice del fatto che nella vita, esista una parola giusta per descrivere qualsiasi cosa. E se non ci riesco è perchè ho un blocco, di scrittura o emotivo. Ma che sicuramente esiste una parola giusta, solo che magari non la consoco. O forse non esiste e c’è bisogno che l’inventi.

Ho sempre pensato di dover dare un nome  a qualsiasi cosa per spiegarmela. Sono sempre stata sicura del fatto che per capire le cose, queste avrebbero dovuto avere un nome.

L’ho sempre pensato. E oggi non lo penso più. Penso che nella vita bisogna liberarsi. Liberarsi dalle cose inutili che si hanno in casa. Liberarsi dalle doppie punte. Liberarsi da se stessi. Liberarsi dalle proprie congetture mentali. Liberarsi dalle proprie paure e dai propri schemi. Liberarsi, ad un certo punto, anche dalle parole. Bisogna smetterla di avere paura di se stessi e liberarsi. Aprirsi al nuovo. Aprirsi all’ignoto. Aprirsi alla vita. E smetterla di cercare le parole giuste per definire situazioni e persone, dando priorità alla vita.

Per capirlo ho dovuto trasmettere la mia angoscia a T. Io me ne sono liberata e l’ho data a lui. E avevo sempre pensato che sia così che vadano le relazioni: hai un’ansia e ammorbi l’altro. Invece, mentre tornavo a casa e un ragazzo, che si era appena bucato e perdeva sangue, mi è passato accanto, mi sono accorta di essere completamente disumanizzata: sono così tanto ancorata alle mie fottutissime parole per spiegarmi il mondo, da essere una giovane antropologa che ha smesso di guardarlo il mondo. Sono così presa da dover sempre dire quello che penso, quello che provo, quello che penso che dovrei provare ,da non riuscire, quasi mai, a focalizzarmi sulle cose.

A volte, cara piccola S., esiste solo la vita, senza le parole. E questa, mia piccola bambina, è una di quelle volte.

T., la piccola S., mentre guardava quel braccio che sanguinava, ha capito che non esistono parole per definire le situazioni; che esiste la vita. E vuole dirtelo nell’unico modo che conosce: con le parole. S. ha deciso di lasciare la smania di cercare le parole giuste, fuori da voi. Che hai ragione tu: siete tu e lei. E la vita. E lei, mentre ha incrociato lo sguardo di uno sconosciuto a cui sanguinava il braccio, ha capito che la vita non può che avere la meglio sulle parole e che lei, vuole solo viverti. Umanizzandosi. Perchè si è resa conto che quest’attaccamento alle parole è un muro altissimo tra lei e la vita. Un muro che oggi, con te, vuole abbattere.